Le “guerre sante” della maggioranza e del Pd, il crocifisso torna nell’aula del consiglio regionale
di Monica Di Carlo
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Con ampio consenso di maggioranza (quindici votanti a cinque) il crocifisso torna nell’aula del consiglio regionale. I consiglieri sono trentuno (Toti compreso) ma non è il caso si urlare all’assenteismo. I consiglieri Pd (il cui voto avrebbe consentito di arrivare allo stallo), semplicemente, hanno deciso di non esprimersi. Il perché lo spiega Sergio (Pippo) Rossetti, che di sempre fa riferimento all’ala cattolica del partito: «In quest’aula il crocifisso è stato usato per dividere», ha detto, spiegando che il suo voto sarebbe stato favorevole non avesse intravisto nella maggioranza l’intenzione di usare strumentalmente un simbolo che, invece, per lui avrebbe il compito di unire. Raffaella Paita, capogruppo Pd, ha espresso un giudizio morale da ora di catechismo sull’ordine del giorno: «Quella di oggi è una strumentalizzazione che offende soprattutto i buoni cristiani». Il suo compagno di partito Giovanni Barbagallo ha un approccio decisamente meno rigido sotto il profilo ideologico e decisamente da Nobel per qualsiasi teorico della pigrizia: «Se c’è lo lascio ma, se non c’è, perché dovrei metterlo?» dice. Poi dà la sua interpretazione circa l’ordine del giorno che ha visto come primi firmatari Angelo Vaccarezza e Claudio Muzio di FI e sottoscritto da tutti i consiglieri di maggioranza spiegando che, a suo avviso, nasce piuttosto dalla paura di esser «contaminati» da qualcuno che proviene da posizioni diverse. Insomma, il simbolo sacro trasformato in una sorta di talismano anti islamici. «La diversità – ha aggiunto Barbagallo – è una ricchezza». Luca Garibaldi (anche lui Pd) sostiene che le aule in cui si discute di politica e istituzione debbano rimanere laiche e insiste sulla necessità di fare sintesi fra chi crede e chi non crede e tra i differenti credo religiosi. Non ha, infine, dimenticato di criticare il modo in cui è stato posto il tema, a suo dire «a colpi di maggioranza».
Non ne fa, invece, una questione religiosa Lilli Lauro (Giovanni Toti Liguria) spiegando che non si tratta di religione, ma di valori. Cioè, i valori della religione senza la religione, <Radici cristiane> obbligatorie anche se, in tema di religione, <ognuno è libero di fare le proprie scelte>. Anche Claudio Muzio (Fi) pensa che il valore del crocifisso vada oltre il semplice simbolo religioso, rappresentando <la nostra storia, la nostra cultura e la nostra tradizione>. Stefania Pucciarelli (Lega Nord Liguria-Salvini) sostiene che il crocifisso è un simbolo «che non discrimina, ma unisce» mentre il compagmo di partito Franco Senarega (Lega Nord Liguria-Salvini), prima ci fa sapere di essere dopo essersi definito «dichiaratamente ateo», poi, con una piroetta e salto mortale dialettico, sottolinea di riconoscersi nei valori che rappresenta. Matteo Rosso (Fdi-An) prima va un escursus accademico citando filosofi e personaggi storici laici che hanno a suo parere riconosciuto la valenza del crocifisso poi taglia corto, rispolverando un antico motto del Ventennio: «Dobbiamo difendere con forza certi valori: famiglia, Dio e Patria» dice invertendo i fattori (l’ordine esatto era “Dio, Patria e famiglia). Son passati giusto 71 anni e bisogna pur aggiornarsi, ma senza esagerare.
C’è poi il (risicato) fronte del “no manifesto”, di quelli che si prendono la responsabilità di votare “no” se pensano che debba essere “no”. Gianni Pastorino (Rete a Sinistra) non condivide l’ordine del giorno e dice chiaramente di credere in uno Stato laico. «Ritengo che mettere un simbolo di carattere religioso nell’aula di un’Assemblea non abbia alcun senso – dice -. Ho grande rispetto per la fede, ma ritengo che la fede sia un fatto personale». Lo dice e lo fa: vota contro, come Andrea Melis (Movimento 5 Stelle) il quale riconosce l’ordine del giorno di nobilissimo valore, ma dice a chiare lettere di non condividerlo, di credere nell’importanza della laicità dello Stato e di essere convinto che questa laicità vada difesa: «Siamo all’interno di un istituzione e dobbiamo ribadire l’importanza della laicità dello stato». Per lui politica e fede stanno su due piani differenti. Anche Francesco Battistini (Movimento 5 Stelle) ha ricordato la laicità dello Stato. «È nostro compito garantire questa laicità – ha spiegato – e che questa sala rimanga l’aula di tutti i liguri, indipendentemente dalla fede religiosa. Tutti devono riconoscersi in quest’aula e sapere che è garanzia di politica pulita».
Vaccarezza, nel promuovere il proprio ordine del giorno, come se il suo credo religioso fosse tema di interesse comune dei liguri e per questo tema da discutere in consiglio regionale, dice «Sono laico come lo è questa istituzione ma non sono ateo».
Se Giovannino Guareschi non fosse morto da quasi 48 anni da questa seduta di consiglio regionale potrebbe trarre spunto per un altro dei suoi strepitosi libri ironici e sarcastici sulla fede usata come clava politica vista da ogni prospettiva. Purtroppo non c’è più e dobbiamo accontentarci di quel che passa il convento, pardon, l’assemblea legislativa regionale: un libro già letto che difficilmente apassionerà i lettori-elettori. Con buona pace di Peppone e Don Camillo.



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